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Cosa c’è dentro l’acqua del rubinetto?

L’acqua di rubinetto non è solo la formula chimica che conosciamo fin dalle elementari: H₂O. In realtà l’acqua che arriva in casa nostra contiene, in concentrazioni variabili, sali minerali, gas disciolti, eventuali residui del trattamento potabilizzante e tracce di numerose sostanze che la normativa italiana impone di mantenere entro limiti molto stringenti.

Dal punto di vista chimico, l’acqua potabile contiene normalmente ioni minerali, cioè molecole “cariche” di elementi naturalmente derivanti dalla geologia della sorgente o della falda, cioè dalle rocce con le quali l’acqua è entrata in contatto lungo il suo percorso:

  • Calcio
  • Magnesio
  • Sodio
  • Potassio
  • Bicarbonati
  • Cloruri e solfati.

Queste sostanze determinano caratteristiche come “durezza” dell’acqua (in pratica quanto calcare ci lascia sul vetro della doccia…), conducibilità, pH e sapore.

Ecco alcuni esempi dei limiti entro cui si deve mantenere l’acqua degli acquedotti italiani:

Conducibilità: 2 500 µS/cm a 20 °C
pH: tra 6,5 e 9,5. Si consideri che 7 è il pH “neutro”.
Cloruro: 250 mg/L
Solfato: 250 mg/L
Sodio: 200 mg/L

Ma ciò che ci si aspetta sopra ogni altra cosa in un’acqua potabile è l’assenza dei microrganismi (batteri) indicatori di contaminazione fecale. La direttiva fissa infatti a 0/100 mL la presenza di Escherichia coli e degli enterococchi intestinali.

Questo è il vero cuore della sicurezza sanitaria dell’acqua potabile, dato che storicamente alcune tra le più gravi malattie infettive, come per esempio colera e tifo, erano (e sono) trasmesse attraverso l’acqua.

Anche per questo in molti acquedotti può inoltre essere presente un residuo del processo di disinfezione — di solito cloro — come effetto del trattamento utilizzato per mantenere l’acqua microbiologicamente sicura.
Per esempio in molte case italiane capita che, quando si verificano forti piogge, l’acqua assuma un sapore “clorato”: ciò molto spesso avviene perché l’acquedotto attinge ad acque superficiali (canali e fiumi) e non di falda, le quali subiscono il dilavamento dei terreni circostanti causato dalle precipitazioni.

Ovviamente la legge regola anche la presenza di questi disinfettanti che, a concentrazioni elevate, possono diventare dannosi per la salute umana.

Infine l’acqua di rubinetto può contenere tracce di contaminanti chimici di origine naturale, agricola, industriale o derivanti dai materiali a contatto con l’acqua (il materiale di cui sono fatti i tubi, per esempio), purché restino sotto i limiti normativi.
Alcuni parametri pubblicamente disponibili:

Nitrati. 50 mg/L
Nitriti: 0,50 mg/L, con requisiti aggiuntivi in uscita dagli impianti
Piombo: 10 µg/L fino al 12 gennaio 2036, poi 5 µg/L
Arsenico: 10 µg/L
Antiparassitari/pesticidi: 0,10 µg/L per singolo composto. 0,50 µg/L come totale.
PFAS: genericamente 0,50 µg/L ma il limite scende a 0,10 µg/L per una lista ristretta di 20 PFAS considerati più pericolosi (nel limite si considera la somma di tutti questi 20 PFAS)*.

Quindi l’acqua del rubinetto è una sostanza la cui composizione dipende dall’origine (montagna, falda, lago, canale, ecc.), dai successivi trattamenti potabilizzanti, dai tubi di cui è composta la rete idrica pubblica e domestica.
Non è un’acqua “chimicamente pura”, bensì un’acqua che, pur contenendo componenti naturali e tracce di altre sostanze, è potabile perché rispetta i requisiti microbiologici e chimici stabiliti dalla legge!

* Ogni regione decide se tenere conto di solo uno o di entrambi i parametri.

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